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link :duepunti.org scritture/forme/suggestioni tre razzi rossi: lanci e propellente |
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| Non a tutti
capita di avere a che fare con un fantasma, non a tutti capita di poterne
svelare poco per volta il segreto per poi arrestarsi un attimo prima di
sciuparne il mistero. Io sono più fortunato di tanti altri. La
prima volta che mi sono accorto di avere a che fare con qualcosa di eccezionale
è successo casualmente. Stavo passeggiando con mia sorella, si
andava alla Festa dellUnità, che per me era come una specie di
fiera paesana, o meglio di circo, con tanto di donne barbose, buffoni
e zucchero filato. Allora si usava distribuire piccoli adesivi con slogan
e stelle e martelli e roncole e facce di Berlinguer vivo. Erano adesivi
innocui, di piccolissime dimensioni, da attaccarsi addosso, per testimoniare,
almeno temporaneamente, una appartenenza ideologica. Mia sorella ne aveva
uno sullo zaino. La invidiavo, io avevo solo uno stupido borsello per
le matite, una cartella colore indefinibile e un buffo cestino per la
merenda. Ero persino troppo piccolo per le figurine Panini. Le ante degli
armadi dei miei fratelli più grandi straripavano di adesivi e poster,
io venivo rimproverato se smarginavo oltre il foglio con i miei pastelli
a cera. Insomma, da quella passeggiata speravo almeno di poter ottenere
un belladesivo da piazzare sul mio cestino azzurrognolo. Non se ne fece
niente. Allingresso alla villa, dove si tenevano i comizi e si spacciava
zucchero filato su bacchette di legno di origine incerta, cerano stati
degli "scazzottamenti" e adesso cera la Digos. Non credo di
avere colto il senso esatto di quelle informazioni scambiate dagli adulti
(ragazzini di diciassette anni), ovviamente nessuno mi rivolgeva la parola.
Quasi subito però mi resi conto che non mi sarebbe stato concesso
neanche di assistere ad un po di quegli scazzottamenti. Quello che si
chiama pomeriggio di cacca. Tornando a casa, forse per rincuorarmi appena
un po, mi fu offerto uno di quegli odiosi gelatini confezionati tra due
pezzi di cartone che chiamano biscotto. Mentre mi ignoravano nuovamente,
sorella e migliore amica, più svariati capelloni brufolosi (andava
molto di moda), io mi accorsi che proprio accanto al cassone refrigerato
ci stava appiccicato uno di quegli adesivi rosso mattone. Ladesivo stava
sul muro, proprio nel mezzo della bocca di una faccia sorridente. La testa
rotonda, gli occhi rotondi, le mezzelune delle sopracciglia, il sorriso.
Che era quel mascherone? Chi poteva fare una cosa del genere, su un muro,
in piena vista? Cose così potevano accettarsi nei bagni di scuola,
sulla lavagna dellasilo, forse magari nei sottoscala lontani dallo sguardo
del moglie del portiere, ma in piena luce, in mezzo alla strada? No, nessun
bambino avrebbe mai avuto il coraggio di imbrattare la città a
quel modo. Presi per infantile la mano che stava dietro a quellenorme
scarabocchio e ignorai la possibilità che si trattasse di qualcosaltro.
Del resto che poteva significare per un bambino quella cosa: tuttal più
una monelleria. Eppure non riuscii a recuperare il mio adesivo (colla troppo tenace, maledetti comunisti!), ma mi rimase impressa quella faccia disegnata fuori dai margini del quaderno. Molti anni dopo mi accorsi della differenza che passava tra quel volto vagamente inquietante e le brutture autoreferenziali spruzzate in giro per la città (falli sospesi, forza questo, abbasso quello, io qui, io lì). Soprattutto cominciai a notare una certa regolarità con cui mi capitava di passare davanti a quella faccina sorridente. Ma non era mai dove me la ricordavo, e di anno in anno diventava sempre più inquietante, sempre fuori posto. Ovunque andassi spuntava, me la ritrovavo dietro il cortile della scuola dove tirai i primi calci ad un pallone e ne ricevetti altrettanti, spuntò dalloggi al domani sul muro della chiesa della mia prima comunione, mi seguiva da casa mia fino a scuola, dalle medie al liceo. E la cosa sembrava essere ignorata da tutti gli altri. Ero io il solo destinatario di quei messaggi, contornati da segni, scritte e allusioni per me impenetrabili ma di origine non meno chiara di quanto non sarebbe stato se mi fossi trovato davanti ad un pentacolo tracciato sul muro con il sangue di un caprone. Un giorno scoprii la parola graffiti: ci fecero vedere a scuola delle fotografie dei graffiti mesolitici delle grotte dellAddaura (Montepellegrino, quasi a picco sul mare nelle vicinanze della spiaggia di Mondello). Provai la stessa inquietudine. Anni dopo, ormai mi ero dimenticato quasi del tutto delle faccine - che evidentemente continuavo a vedere tutti i giorni, ma che avevo preso ad ignorare come tutti gli altri - mi capitò di fare un visita al Palazzo dello Steri, e tra le altre cose fui attratto dalle fotografie dei graffiti dei reclusi. Antica sede del Tribunale della Santa Inquisizione locale, ne aveva ospitato le carceri. Ora stavano venendo alla luce, poco alla volta, le tracce del passaggio di eretici, folli e streghe seppelliti dal silenzio dei secoli e da un buono strato di intonaco. La prima cosa che mi venne in mente fu quel cacchio di adesivo rosso che adesso neanche mi sarebbe piaciuto troppo ricevere in risarcimento per gli anni di cacca in cui ero sempre troppo piccolo per fare qualsiasi cosa. Poi provai una strana sensazione, quasi insostenibile: questa città, per molti versi veramente di mmerda, ha tanti occhi. Si moltiplicano anche adesso, come le domande, e noi preferiamo ignorarli forse per questo siamo perseguitati da fantasmi anche in pieno giorno. Mi sono ripromesso di seguire con maggiore attenzione il mio personale fantasma: sono passati più di ventanni anni dal primo incontro, me ne sono occorsi non meno di quindici per accorgermene, ma adesso quellignoto autore di graffiti è uno dei motivi per cui continuare a credere (sperare) in questa città. La sua voce è una delle poche che riesco ancora a tollerare. |
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